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Le nuvole nere non stanno solo in cielo. Le porto addosso. Mi girano intorno, mi entrano nei capelli, nei vestiti, nei polmoni. Non mi soffocano del tutto. Mi fanno compagnia.
Fumo da cinquant’anni. La prima volta ho vomitato l’anima dietro uno scaffale dove lavoravo, con le Alfa senza filtro rubate a mio padre. Mi girava la testa, tossivo come un vecchio che sta per morire di enfisema polmonare. Avrei dovuto capirlo allora che non era una buona idea quella del fumo. Invece ho pensato che quella vertigine aveva qualcosa di adulto, di proibito. E mi è piaciuta.
Ho sempre fumato.
Tossico? Sì. Dipendente? Anche. Ma non è solo questo. La prima sigaretta del mattino, dopo il caffè e il Mate, è un rito preciso. Accendo, tiro, il fumo mi riempie la bocca e per un attimo tutto si mette in ordine. Il mondo può aspettare. Io no. Io respiro fumo.
Una dopo l’altra. Senza eroismi. Senza drammi.
La sigaretta mentre scrivo.
Quella che brucia lenta tra le dita, il filtro che si scalda, la cenere che si allunga come se avesse tempo infinito. A volte cade sui tasti del pianoforte. Piccoli crateri grigi sul bianco e nero. È sporco, lo so. È anche bellissimo. Il fumo che sale mentre suono, come se le note avessero un corpo visibile.
Non è solo un vizio. È un gesto. È una pausa che mi prendo senza chiedere permesso a nessuno. È un modo per stare fermo mentre tutto corre. Per pensare.
È anche una forma di autodistruzione, probabilmente.
Una lenta, educata demolizione. Non c’è tragedia, non c’è eroismo. Solo una combustione costante. Tabacco che brucia, alveoli che si anneriscono, fiato che ogni tanto si accorcia sulle scale. Fingo di non farci caso. Funziona quasi sempre.
Ho provato a smettere. Qualche volta. Promesse fatte sotto la doccia, mentre correvo, mentre tossivo più del solito. Durano poco. Perché in fondo non è solo la nicotina che mi richiama. È il silenzio che si crea attorno a una sigaretta accesa. È quella manciata di minuti in cui nessuno mi chiede un cazzo di niente.
Mi hanno detto che è debolezza.
Che è mancanza di volontà.
Può darsi.
Io ci vedo anche una scelta. Sbagliata, forse. Ma mia.
Il fumo mi ha regalato denti macchiati, alito pesante, mattine con la gola raschiata. Mi ha tolto fiato. Mi ha dato tempo.
Mi ha accompagnato in pause di lavoro, in attese infinite, in notti in cui non volevo dormire. È stato lì quando non c’era nessuno. Un cilindro di carta che brucia e si consuma, come tutto.
Un giorno spegnerò l’ultima. O forse no.
Forse continuerò a guardare questa brace accesa tra le dita come si guarda un piccolo incendio controllato. Sapendo che mi scalda e mi consuma nello stesso gesto.
Non è più solo un vizio. È una parte di me che brucia piano. E finché brucia, io resto a guardarla.-